Retailing Shame

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L’anno scorso IKEA ha messo in mostra un’architettura della vergogna usando il suo linguaggio retail.

Al posto di uno dei suoi spazi minimi e confortevoli, il visitatore del punto vendita di Slependen, in Norvegia, poteva trovare una perfetta riproduzione di una casa da 25 mq in Siria. Muri nudi con mattoni di cemento a vista, arredi essenziali, poche coperte su un letto in terra e qualche giocattolo.

Di fatto ogni elemento inserito in questo esempio corrisponde agli arredamenti composti per fini esemplificativi a cui siamo ormai tutti abituati. Ed è proprio sull’uso della potenza comunicativa di IKEA che l’operazione  pensata e realizzata in collaborazione con la Croce Rossa Internazionale, l’agenzia pubblicitaria POL e l’iniziativa di fundraising Tv- aksjonen, trova uno dei suoi punti più interessanti.

Sappiamo bene infatti che le nostre case sono ormai “vittime” di un rapporto di consumo degli oggetti che la compongono del tutto vicino alle dinamiche controverse tra bisogni indotti e bisogni reali. Pochi ormai sono in grado di distinguere con lucidità cosa nelle nostre case sia veramente indispensabile, cosa l’esito di un desiderio (piacere, identità, status symbol etc etc) e cosa invece no l’esito di una “diabolica e convincente” ottima campagna di comunicazione. IKEA è l’autrice di una diffusione trasversale dei bisogni indotti legati alle case, soprattutto a quelle della gente comune, che non ha precedenti nella comunicazione dell’architettura residenziale. Al grido di “democratizziamo il design” IKEA ha fatto entrare nelle case oggetti belli (e meno belli) che una grossa fetta di popolazione globale era ormai rassegnata a desiderare dalle immagini delle riviste patinate di design e case d’autore. Oltre alla cura dell’immagine infine e sopratutto IKEA ci ha educato a desiderare lo spazio entrandoci, percependo una intimità che innesca un desiderio profondo di possedere quello spazio, quando non di viverci dentro.

Il punto è che questa sensazione è patrimonio della nostra società di massa e quindi un potente strumento di comunicazione. IKEA si è avvalsa della sua arma più forte per comunicare un messaggio profondo che arriva diritto al cuore ed alla mente di tutto il mondo. Basta accennare le dinamiche di questa operazione che tutti abbiamo subito chiaro cosa stia succedendo. Le immagini che sono state diffuse in tutto il mondo dal WEB sono di fatto un approfondimento di quello che abbiamo subito capito e su cui senza passare da elucubrazioni  mentali abbiamo fatto nostro.

IKEA ha messo la vergogna della guerra nella forma di un’architettura privata. Ha trasposto quel senso di desiderio che proviamo con il comfort delle sue creazioni, in un profondo senso di disagio, qualcosa che solo in quel  momento riusciamo a capire nel dolore e nella difficoltà del quotidiano.

Gli arredi sono ridotti al minimo, inevitabilmente arrangiati, le immagini dentro cornici kitsch poggiate sulle irregolarità della muratura, ricordano persone lontane che abbiamo quasi paura di sapere che fine abbiano fatto, non c’è acqua se non in una tanica dietro un pudico angolo, poca luce e poche lampade, un giocattolo, tappeti troppo corti sul pavimento polveroso.

IKEA ha usato la vergogna nell’architettura e il potere di comunicazione del commercio per ribaltare i termini del discorso. La vergogna che proviamo in questo spazio è la nostra, nostro è il senso di imbarazzo uscendo da quella stanza. Sentiamo profondamente vicino questo processo mentale che usa la vergogna come sentimento universale per migliorare il mondo, non per annichilirlo ma per metterlo davanti ai suoi limiti, ai suoi pregiudizi ed alle sue superficialità.

IKEA mostra la vergogna della guerra nei condizionamenti del nostro comfort, tutto quello che in quei 25 mq eravamo abituati a desiderare oggi ci spaventa, ci crea un senso di repulsione, nessuno vuole la guerra ed i suoi arredi. Nessuno vuole vedere nelle proprie case quella realtà così vicina, nessuno tornerà uguale senza vergognarsi delle proprie case e a chi le avesse lette, le frasi di Primo Levi tornerebbero a mente crude e severe:

 

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

 

 

 

Approfondimenti:

http://www.designboom.com/design/ikea-syrian-home-replica-norwegian-red-cross-11-08-2016/

https://www.nrk.no/tvaksjonen/

https://www.theguardian.com/artanddesign/2017/jan/27/why-ikea-flatpack-refugee-shelter-won-design-of-the-year

 

Cambia qualcosa un altro muro? Dal simbolo alla tipologia.

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Tra cinque mesi un altro muro della vergogna sarà completato ed un altro confine nazionale definito con un gesto violento.

Si tratta del muro che divide la Turchia dalla Siria e anche questa volta è sempre più spontaneo associare la parola Vergogna a questa forma d’architettura.

Ci chiediamo però se cambi qualcosa questa notizia. Ovvero, se l’aumento della quantità dei muri che dividono la gente con passaporto diverso ha un senso, o se sia solo il gesto che conta. Se fosse solo un episodio isolato, varrebbe lo stesso?

Leggendo il fenomeno sul piano di una definizione etica delle forme dei confini, di fatto, l’esistenza di un muro basta per suscitare tutte le riflessioni sui confini nazionali e il diritto allo spostamento libero delle persone tra i Paesi.

Tuttavia l’aumento di barriere fisiche artificiali, spesso pericolose per la vita di chi nonostante tutto prova a superarle,  è un dato che richiama l’attenzione sul piano dell’architettura. Un episodio isolato è una variazione, mentre una serie ripetuta di soluzioni simili a temi funzionali, sociali e politici diventa una tipologia. Possiamo quindi dire che la differenza sostanziale è che l’osservazione dell’architettura internazionale deve, ahinoi, considerare tra le sue forme, accanto agli shopping mall, alle multisala, agli immensi edifici delle grandi società della Silicon Valley, anche i muri nei confini nazionali.

Si può inoltre pensare ad una tipologia che ha una sua tracciabilità storica, non solo nella storia antica delle città fortificate (di fatto Stati), ma soprattutto nella storia contemporanea.Il muro di Berlino ad esempio è stato citato dallo stesso primo ministro Binali Yildirim quando, nel più totale paradosso, parlando del muro tra USA e Messico durante un incontro con la Primo Ministro May diceva: “Voi costruite muri, ma i muri non sono mai una soluzione, finiranno per essere buttati giù come è successo con il muro di Berlino”. La frase per quanto crei in tutti noi un certo spiazzamento, ci permette di creare un collegamento formale, metodologico e gestionale dell’architettura.

Quello che cambia l’aumentare dei muri tra Paesi è quindi l’affermazione di una tipologia architettonica a forte significato politico su cui il sistema internazionale dell’architettura si esprime poco. Del resto non è facile dire oggi qualcosa di veramente utile davanti a decisioni così importanti che richiamano in noi, ad ogni blocco di cemento armato, un odore nauseabondo di guerra e disumanizzazione del mondo a cui rischiamo di rimanere inermi.

 

A questi link troverete degli approfondimenti sul tema

https://www.tpi.it/mondo/turchia/muro-vergogna-turchia-siria

http://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-syria-turkey-idUSKCN11Y1MB

Par Condicio: l’insostenibile tangibilità della corruzione

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Non è giusto pensare che attorno a scelte di cattivo gusto, che vanno contro le idee di un mondo evoluto, come la costruzione di un muro tra un Paese ricco ed uno povero, la propensione allo spirito critico debba fermarsi. Così anche dietro al muro di Trump si possono trovare delle considerazioni utili, che non saranno mai in grado di giustificare un atto involutivo, ma senza dubbio sono in grado di creare delle domande.

La corruzione, sappiamo tutti che ha delle classifiche dove il Messico possiede una posizione notevole (senza falsa modestia anche l’Italia si fa disonore in questa competizione). Così tra i grandi mali che impoveriscono quel paese anche lo scambio di denaro per ottenere ingiustizie è radicale così da essere doveroso da sottolineare.

Lo stesso presidente della Repubblica Messicana, è stato al centro di bufere che lo hanno costretto ad ammettere a denti stretti che la corruzione e la mala gestione dei fondi pubblici esiste, favorisce le classi al potere, ed impoverisce il resto della Nazione.

Ma come dimostrare, come toccare un problema che di fatto è intangibile per definizione?

Con l’architettura! In quanto l’architettura è l’esito tangibile e permanente di alcune forme eclatanti di corruzione come i lavori pubblici.

E chi meglio degli italiani è in grado di capire questo tema? Il pensiero vola ed inizia a mettere in ordine alfabetico opere pubbliche complete ed incomplete costate ingiustificabili miliardi di euro.

Mentre in Italia un raffinatissimo progetto di ricerca di Alterazioni video racconta l’incompiuto come “Stile architettonico” giocando sull’ironia e la critica del discorso sul linguaggio architettonico http://www.incompiutosiciliano.org/, il Messico organizza un tour per far toccare con il dito l’effetto tangibile della corruzione.

Palazzi, monumenti, la stessa villa della moglie del presidente messicano, sono i punti che un bus con scritto “corruzione” tocca per dimostrare come quello che accade nel segreto dei palazzi ammalati dove si tradisce la democrazia ed il suo mandato rappresentativo, è lì, si vede, basta non tapparsi gli occhi con i burritos!

 

Leggi l’articolo di Repubblica sul tema:
http://www.repubblica.it/viaggi/2017/02/07/news/messico_un_bus_turistico_contro_il_muro_della_corruzione-157756140/?ref=HRLV-24

MURO NUOVO, STESSA VERGOGNA?

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https://www.theguardian.com/world/2017/jan/26/trump-calls-for-20-tax-on-mexican-imports-to-pay-for-border-wall

Ormai l’anno scorso avevamo pubblicato delle semplici opinioni che parlavano delle idee di Trump di costruire un muro tra USA e Messico. Avevamo già detto di essere contro questa vecchia forma di Architettura della Vergogna.

Fino a pochi mesi fa, sembrava che quelle idee violente fossero solo una sgradevole forma di degenerazione della politica internazionale e che le cose alla fine sarebbero andate molto meglio.

Ma dobbiamo ammettere, come un po’ tutti, che ci sbagliavamo. Sbagliavamo a non considerare con la giusta importanza la pericolosità di un candidato a “uomo più potente della Terra” che senza pudore o political correctness poneva un’architettura della divisione come cavallo di battaglia della sua campagna elettorale.

Sbagliavamo a non credere che davvero l’indirizzo del mondo contemporaneo potesse rendere più plausibile un processo di chiusura piuttosto che quello di evoluzione nei rapporti internazionali verso nuove forme di costruzione dell’identità che annullano l’antica pratica di dividere gli uomini al di qua e al di la di una linea politica. (http://www.reuters.com/article/us-usa-trump-britain-idUSKBN15B104)

E quindi oggi eccolo: un muro… di nuovo.

Più volte abbiamo detto che il muro, non importa se di mattoni o di filo spinato o di catene di polizie nazionali, è una delle forme più storicizzate tra le architetture della vergogna. Un’architettura dove il rapporto tra dimensione politica, espressiva e funzionale si estremizza a favore di un’architettura come strumento politico d’imposizione.

Un gesto violento per le esistenze della gente, ma anche una “pietrificazione” di una forma di paura: la paura dell’altro come fonte e spiegazione di tutti i mali.

L’articolo del The Guardian che linkiamo all’inizio spiega in maniera esaustiva perché questa scelta ha delle implicazioni economiche profondamente nocive per l’America, tanto per i “ricchi” quanto per i “poveri”.

Lo dice ad esempio il financial times, che spiega con esempi molto semplici, come il muro abbia due facce, nessuna delle quali proficua per chi sarà costretto a viverci accanto (https://www.ft.com/content/b8ea6bee-d66b-11e6-944b-e7eb37a6aa8e)

Ma c’è di più, racconta la reazione di un capo di stato, quello del Messico, che sente l’esigenza di rispondere ad una provocazione grossolana per rivendicare la dignità di una nazione e alcuni dei valori fondanti della nostra civilità che abbiamo sancito dopo la fine della seconda guerra mondiale.

E’ un gesto importante da guardare con molta serietà a questo punto, per tutti gli scenari macropolitici che apre, ma per quanto ci riguarda, soprattutto per la concretizzazione di una politica xenofoba che potrebbe fare da esempio per altre simili idee che percepiamo nell’aria ogni giorno. Impossibile pensare che questi gesti non avranno ripercussioni in Europa nel rafforzamento della voce dei partititi o dei movimenti nazionalisti, anti-europeisti e contrari ai flussi migratori. Difficile non pensare che su questo campo si combatteranno aspri confronti da lasciare l’amaro in bocca a chi ancora crede nel valore dell’essere umano.

 

Osservare il probabile nuovo muro e confrontarlo con il “limite” della vergogna oggi significa  capire di cosa  sentiamo di vergognarci oggi, perché oggi questa decisione si dirige verso qualcosa che il nostro tempo ha deciso di qualificare come negativo, in che modo il mondo delle connessioni infinite può prendere una posizione davanti a questo contro senso della contemporaneità e del futuro.

Guardare il Nuovo Muro della Vergogna significa capire meglio chi siamo e dove intendiamo andare, meglio chiederselo in tempo prima di ritrovarci un muro nuovo in casa.

 

Architecture of Shame ed EXTRAURBAN

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Il 15 Dicembre, a Matera, Architecture of Shame parlerà del suo percorso in un contesto stimolante come quello creato dai Paesaggi del Grano in collaborazione con lo studio meson ro e con Stalker Roma: EXTRAURBAN

Direzioni, prospettive, esperienze e possibilità di collaborazione verrano messe sul tavolo per costruire una collaborazione con i progetti che toccano nuove, vecchie e possibili relazione tra architettura e vergogna.

La presenza di AoS a Extraurban ha il senso di definire l’interesse verso un tema, quello dei migranti e dei luoghi delle loro soste, dove le relazioni tra architettura e vergogna devono essere declinate.
In questo quadro si aggiunge una nota peculiare legata alla riforma agraria, gesto palese di definizione del territorio a favore di un orientamento politico ed economico di trasformazione di una cultura agraria (a quel tempo considerata desueta) ed una prospettiva industriale (il futuro).
I due temi che il percorso di Extraurban tocca ci interessano sotto l’aspetto storico e di analisi della contemporaneità.
AoS in questa occasione si offrirà di accogliere la documentazione dell’esperienza nei propri archivi, di farla diventare un mattone della struttura che nel 2019 sarà visitabile in spazi e modalità che verrano deifiniti in itinere.
La proposta di accogliere un prodotto coerente con AoS ma non prodotto direttamente da noi è una direzione in cui crediamo molto per ampliare le risorse della nostra discussione e proporre il nostro archivio e centro di ricerche come riferimento per valorizzare lavori che altrimenti, poiché troppo parcellizzati, sarebbero meno visibili.

 

 

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L’anno si apre con nuovi muri

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La campagna elettorale di Trump per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti si aggiunge di un altro “gioiello” della comunicazione: la possibile costruzione di un nuovo muro tra USA e Messico.

Della questione confine tra America e Messico si tratta ormai da decenni. Molte le riflessioni e le contraddizioni sul tema che oggi, nella nuova prospettiva delle grandi migrazioni, diventano sempre più attuali, sempre più significative.

Già storicamente la divisione nazionale e politica di un luogo attraverso un muro ha trovato l’attributo di “vergogna”. Così è stato chiamato il muro di Berlino e così, ma più sommessamente è stato definito il muro che divide palestinesi dai coloni israeliani. Ancora muri separano le coree, e altri, come abbiamo scritto si costruiscono.

L’intervento dei muri sullo spazio modifica i luoghi, la loro percezione e la loro fruibilità in un modo che chiama direttamente in causa l’architettura e l’arte che si interessa di spazio condiviso, e pubblico.

I muri possono essere una forma di Architettura della Vergogna contemporanea? E in che modo oggi possiamo affrontarne la trattazione senza cadere in qualunquismi e capire meglio perché questo segno di divisione è in qualche modo un simbolo del nostro tempo?

Cos’è per l’architettura contemporanea un muro? Come lo strumento della comunicazione non verbale, e quello della riflessione sociale, antropologica, politologa o filosofica può aiutarci a capire meglio chi siamo oggi da quello che stiamo costruendo?

Di seguito due esempi diversi di considerazione di questo tema, che siamo sicuri, ci porterà a riparlarne presto (purtroppo non come vorremmo).

Una valutazione interessante sui costi della costruzione di un muro e su chi poi li debba sostenere, sulle tipologie e sulle variabili di questi interventi. L’argomento viene affrontato con precisione americana, riportando dati e considerazioni statistiche molto interessanti. Il tutto a partire dalle considerazioni di Trump.

http://www.cnbc.com/2015/10/09/this-is-what-trumps-border-wall-could-cost-us.html

 

 

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Il secondo link ci porta a considerare un architetto che ha fatto del tema del confine tra America e Messico un grande tema, pieno di riflessioni potenti, azioni e considerazioni non verbali. Questo architetto si chiama Teddy Cruz ed è uno dei più interessanti personaggi internazionali in grado di insegnare come l’architettura può essere critica e capace di dire di più delle parole quando queste possono essere usate strumentalmente.

http://www.california-architects.com/en/estudio/

https://www.canopycanopycanopy.com/contents/learning_from_tijuana

http://blog.ted.com/architect-teddy-cruz-shares-5-projects/

Buon approfondimento.

 

Architecture of Shame al OnetoOne Pedagogies: Studio Roma, Istituto Svizzero

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Il prossimo 11 Dicembre AoS farà parte di un ciclo di incontri e conferenze promosso dal Dipartimento d’Architettura dell’Università Roma Tre.

AoS si confronterà con altre realtà in Italia che stanno pensando ed agendo sulla città in maniera critica, coniugando arte, architettura e pratiche sociali.

Vi aspettiamo!!!

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I muri dei confini nazionali: architettura della vergogna del nostro tempo?

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Muro Ungheria

 

Dal muro di Berlino fino alle barriere di filo spinato Ungheresi, i muri che separano la gente sulla base del passaporto sono un fatto della nostra cultura.

Lasciando da una parte le povertà e le guerre e dall’altra parte il “benessere” e la tranquillità sono forme dello spazio abitato con una precisa connotazione morale, esito di una visione politica e sociale d’oggi.

Possono essere definite “Architettura della vergogna”? Ed in che modo contrastano con i nostri valori? Su quale punto possiamo dire che si rompe il legame tra decisioni sullo spazio e solidarietà sociale? Dove il legame con i principi alla base nelle relazioni tra gli uomini? Quali sono questi limiti?

Di seguito alcuni approfondimenti sul tema degli osservatori internazionali

Una panoramica sui fatti dal NY Times

L’ungheria alle Nazioni Unite 

Nazioni Unite la difesa dell’Ungheria

Nazioni Unite i disappunti della comunità internazionale sul caso

What About relationships between Architecture and Shame?

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Di quante architetture, quartieri, città intere oggi ci vergogniamo o dovremmo vergognarci?

Quante di queste occasioni d’imbarazzo, al limite tra l’intimo ed il collettivo, domani potrebbero essere riconosciute Patrimonio dell’Umanità?

Quali, al contrario, segnano il limite, cangiante, tra giusto e disonorevole, tra organizzazione virtuosa o imposizione colpevole dello spazio collettivo.

Il legame tra architetture e sentimento della vergogna apre una discussione su molti aspetti della cultura contemporanea in grado di raccontare le complesse relazioni tra le comunità e lo spazio che vivono, sia quando lo definiscono sia quando lo subiscono.Una discussione che crediamo abbia la forza di problematizzare convinzioni e dinamiche che oggi come ieri “producono gli spazi” e la simbolicità della vita quotidiana.

 

La città di Matera è testimone rara, forse unica, della relazione tra architettura e vergogna, ed in particolare della possibilità che questa associazione tra un soggetto tangibile ed una qualità emotiva e socialmente definita, possa cambiare nel tempo.

Essendo stata prima “Vergogna d’Italia” e poi Patrimonio Unesco, fino a diventare Capitale Europea della Cultura, Matera è un esempio “virtuoso” perché dimostra come le qualità associate alle città o a parti di esse, spesso imposte dall’alto, sono relative ad un periodo storico/culturale preciso e di questo ne svelano i gusti, le intenzioni politiche, le condizioni sociali ed il senso di appartenenza della gente ad i luoghi che abita.

Affrontare il tema oggi, partendo da Matera, ha il senso di rimettere sul tavolo queste discussioni e capire meglio il mondo che stiamo vivendo, cosa forse sottovalutiamo, cosa potremmo migliorare e di cosa vale ancora la pena di vergognarsi nelle nostre città.